Unioni civili: punti di vista

Di ritorno in Italia sabato scorso, in aereo mi offrono – come di consueto – una copia del Corriere. Sfogliando il giornale, nella sezione della cronaca di Milano incappo in un articolo di Andrea Galli che mi ha fatto un po’ innervosire.

L’autore ci racconta delle unioni civili a Palazzo Dugnani, con un tono che oscilla tra l’astio e il compatimento, notando (in modo nostalgico?) come il rito religioso risulti sempre meno popolare. Una cosa in particolare mi ha colpito già dall’incipit: l’ossessione con gli “sganci” dei piccioni. Pare che – timorati di Dio come sono – questi ultimi siano particolarmente prolifici solo fuori dai palazzi comunali, mentre fuori dalle Chiese si trattengano in rispettosa stitichezza.

Nel resto dell’articolo, l’impressione generale che ci viene offerta del rito civile è quella di una cerimonia “comoda e veloce”. Ma la scelta di vocabolario del giornalista indica chiaramente come secondo lui si tratti di un’opzione di seconda classe rispetto al matrimonio religioso: trucco che cola per il sudore, camicia dello sposo fuori dai pantaloni, musica “più da funerale”, puzzo di McDonald’s (non si è capito bene cosa c’entri ma era menzionato) e parenti innervositi perché il parcheggio non si trova (ovviamente, per chi si sposa in Chiesa in centro Milano, invece, il posto per le auto sarà fatto tra le strade della città così come le acque si sono aperte di fronte a Mosè).

L’invettiva coinvolge anche i servizi comunali: palazzo Dugnani è fatiscente e ci racconta Galli che un corrimano è crollato facendo scivolare la madre di una sposa giù dalle scale… il che – piuttosto che svilire il rito civile – ci ricorda purtroppo che siamo governati da un branco di incompetenti, incapace di dare dignità al luogo in cui si celebra quello che viene considerato il giorno più importante di una vita.

Neanche le didascalie delle foto risparmiano le unioni sancite in comune: gli invitati, infatti, “si accalcano” invece di attendere, e chi vuole immortalare il momento ha “il compito delle foto”, ovviamente “per risparmiare”… perché sono tutti poveracci, sembra essere la naturale conclusione a cui dovremmo arrivare.

Poveracci, nonché immigrati. Galli sottolinea come la maggior parte di queste unioni siano celebrate tra coppie di stranieri o miste. E sbeffeggia un po’ l’accento di una brasiliana che si è sposata con un italiano (“le due ‘o’ aggiuntive, siate bravi, se non le pronunciate è meglio”) oltre ad insultare apertamente la diversità culturale che l’Italia oramai accoglie (“i loro abbinamenti cromatici nel vestito che nemmeno un daltonico”). Riguardo al fatto che gli stranieri “se ne fregano” dello stato disastroso di Palazzo Dugnani, probabilmente è perché hanno vissuto abbastanza in Italia per capire che il nostro è un terzo mondo glorificato: semplicemente non si stupiscono più. Come per il fatto che alcuni potrebbero essere clandestini perché non viene richiesto loro il permesso di soggiorno: colpa del rito civile o altra nota di demerito per la nostra burocrazia?

Insomma, a conclusione dell’articolo mi sono ritrovato a provare la netta sensazione che sia stata persa un’occasione: quella di osservare come il nostro paese stia cambiando e celebrare l’allargamento dei nostri orizzonti culturali. Il classico matrimonio in chiesa con pranzo micidiale e uno stuolo di invitati al seguito è una modalità di celebrare la coppia che ci appartiene e che molti italiani sceglierebbero per le loro nozze. Ma quando la tradizione ci impedisce di accettare che esistono altre possibilità e di accoglierle benevolmente come alternative per chi lo desideri, allora la tradizione diviene bigotteria e provincialismo. E dall’Italia – culla millenaria di arte e cultura – mi aspetto un po’ di più…

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